Monthly Archives: December 2010

un reportage personale

Sono sazia e felice. Di aspettative superate, di stimoli musicali, di persone oneste, coraggiose, disponibili all’ascolto, e appassionate. il PHON mi ha cresciuto un po’ e mi ha lasciato una valigia di stimoli e gratitudine. Nei confronti di chi ha fatto fino a 700 km per raggiungere Phaenza e incontrarci, seminare, proporsi, sperimentare.
Il PHON è iniziato sabato con la performance di Pa(u)aradise alla miagalleria per dimostrare che suonare con i pennelli è possibile e che è un mezzo per sperimentare le possibilità del suono e del colore, che, insieme, sono la pelle e la percezione di ciò che viviamo.

Nel pomeriggio si è acceso lo Spazio Samoré in Vicolo delle Vergini: nell’angolo di quel portone a vetrata dell’officina che era, è iniziato il centro del PHON, l’esibizione delle produzioni delle etichette. Su tavole costruite per l’occasione dallo stesso Marco Samoré (già artista, fotografo, falegname, artigiano) sono comparse opere d’arte, serigrafie, cd, confezioni particolari, LP, tshirt, fanzine. Nel palco a terra, invece, consacrato dal crocifisso AC/DC, sono iniziati i concerti o le performance: Lorenzo Senni (Presto?! Records), Kam Hassah (second sleep records), poi insieme a Nico Vascellari in una performance suono e voce. Hanno chiuso la serata allo Studio Samoré i Be Invisible Now! della quotatissima (cit.Onga) Boring Machines.

Nel frattempo alla Casa del disco sono arrivati un gruppo di breaker impavidi, “il freddo?” “bah”, due tre giri di corsa lungo il Corso e via sulla pedana con l’ombelico al vento. [VIDEO YOUTUBE]
I Break the Funk, spinti dal basso e dalla batteria live di Francesco Giampaoli e Marco Zanotti, hanno letteralmente bloccato il Corso per gli interi 10 minuti di performance. Dentro al negozio Eloisa Atti riscalda corpo e  voce per esibirsi con il suo progetto, i Sur, trio di jazz/leggera/brazil con mandolino, percussioni, contrabbasso, in un momento di eleganza e intimità. [VIDEO YOUTUBE]

Mentre sul Corso le intrattenitrici del Progetto Rwanda hanno creato “e’ trebb” (dialetto romagnolo per dire… la compagnia allargata) con vin brulé e castagne, dentro stava per iniziare un concerto per pochi animi coraggiosi e disponibili all’ascolto. L’attenzione, oggi, è latitante. Simone Zanchini ci ha bloccato per 45 minuti dentro alla Casa del Disco ad ascoltare il suo viaggio che nasce da un messaggio rimasto per errore nella sua segreteria telefonica e che da lì attraversa i confini dei generi, delle possibilità dello strumento (la fisarmonica sia midi che acustica), delle macchine con cui interagire, ma anche del tempo, passato/presente/futuro della propria sensibilità e memoria musicale, riattivate dai suoni campionati, dai suoni della fisarmonica e dalle citazioni concesse. Un fuoriclasse che è riuscito a commuoverci. [VIDEO YOUTUBE]

La sera, al Clandestino, Styrofoam e a notte fonda il live (anche in streaming radiofonico) del duo The Grey Whale (di Palustre Records), una tromba effettata che interagisce con un computer per creare uno strato corposo di suono ambientale. Non c’era suono migliore per riposare la mente e abituarla a tutti gli stimoli del PHON.

La domenica piove, diluvia, fa un freddo cane. Ci trasferiamo tutti attorno al fuoco dello Studio Samoré, dove finalmente mi rendo conto della qualità delle produzioni esposte e della cura con la quale vengono pensate. Pochi dei ragazzi delle etichette intervenute riescono a vivere della musica che producono e che esplorano. Per questo la produzione di dischi diventa un’arte a sé che richiede: ottime idee, un buon gusto musicale, una innata curiosità per i suoni nuovi e un grandissimo coraggio per metterle in pratica attraverso le persone giuste. Produzioni sensate, dico. Dove la grafica rispecchia il contenuto, dove le confezioni sono pensate per essere usate, dove i supporti sono considerati un mezzo importante per veicolare musica, dove non necessariamente la musica resta scissa dall’arte ma possono essere l’una nell’altra e viceversa. Penso a Nico Vascellari e ad Alos? o a Pa(u)radise, nei quali è evidente un aspetto performativo/rituale che se a prima vista pare legato più al mondo dell’arte e dell’estemporaneità, poi invece si trova a rappresentare l’anima più sacra di un “concerto”. In altro senso, invece, l’arte contemporanea si lega alla musica nell’intento esplorativo: penso a DJ Balli, a Grey Whale o ai Freudi, per i quali è figo capire quali sono i mezzi con cui producono i suoni e come funzionano, che siano essi vinili colorati o macchine costruite in analogico. A queste cose sono state avvicinate invece esibizioni più musicali in senso stretto, dove si parla il linguaggio della melodia, dell’armonia e delle timbriche dei diversi strumenti. Prendo ad esempio il gentile cantautore Bob Corn, i Sur e anche i Cyborgs – se fossero riusciti ad arrivare a Faenza (cause di forza maggiori li ha bloccati prima).

Oltre a tutto questo PHON è stato un percorso fra persone attive e orgogliose di sperimentare il proprio sentire attraverso la musica e i suoi supporti. Mi sento di esser cresciuta un po’ di più grazie al Phon, ho conosciuto nuovi punti di vista, la tendina sugli occhi si è alzata di un cm, e mi rendo conto di essere fra quei fortunati esemplari che hanno a disposizione possibilità di scelta. Cosa ascoltare, cosa mangiare, cosa leggere, cosa supportare, cosa credere. La pluralità del PHON me l’ha dimostrato ancora una volta.

[livia//casadeldisco]


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